La mostra

BOLDINI, LO SPETTACOLO DELLA MODERNITA'

“C’est un classique!”. E’ questo il riconoscimento dato a Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931), fin dalla prima esposizione postuma che si tenne a Parigi a pochi mesi dalla morte. “Il classico di un genere di pittura”, ribadì in quella occasione Filippo de Pisis.

Dopo la rassegna dedicata nel 2012 a Wildt (che sarà protagonista nel 2015 di una mostra realizzata dal Musée d’Orsay all’Orangerie di Parigi in collaborazione con la Città di Forlì e la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì), e le due successive sul Novecento ed il Liberty, la Fondazione e i Musei di San Domenico di Forlì proseguono nella esplorazione, attraverso nuovi studi e la riscoperta di opere poco note, della cultura figurativa tra Otto e Novecento, proponendo per la stagione espositiva del 2015 una approfondita rivisitazione della vicenda di Giovanni Boldini certamente il più grande e prolifico tra gli artisti italiani residenti a Parigi. E’ in questo ideale spazio di rapporto tra Forlì e Parigi che si colloca la nostra nuova iniziativa.

Nella sua lunghissima carriera, caratterizzata da periodi tra loro diversi a testimonianza di un indiscutibile genio creativo e di un continuo slancio sperimentale che si andrà esaurendo alla vigilia della Pima Guerra Mondiale, il pittore ferrarese ha goduto di una straordinaria fortuna, pur suscitando spesso accese polemiche, tra la critica ed il pubblico. Amato e discusso dai suoi primi veri interlocutori, come Telemaco Signorini e Diego Martelli, fu poi compreso e adottato  negli anni del maggiore successo dalla Parigi più sofisticata, quella  dei fratelli  Goncourt e di Proust, di Degas e di Helleu, dell’esteta Montesquiou e della eccentrica Colette. Rispetto alle recenti mostre sull’artista, questa rassegna si differenzia per una visione più articolata e approfondita della sua multiforme attività creativa, intendendo valorizzare non solo i dipinti, ma anche la straordinaria produzione grafica, tra disegni, acquerelli e incisioni. Le ricerche più recenti di Francesca Dini (curatrice della mostra insieme a Fernando Mazzocca), consentono di arricchire il percorso con la presentazione di nuove opere,  sia sul versante pittorico che, in particolare,  su quello della grafica.

Uno di punti di maggior forza, se non quello decisivo, della mostra sarà la riconsiderazione della prima stagione di Boldini negli anni che vanno dal 1864 al 1870, trascorsi prevalentemente a Firenze a stretto contatto con i Macchiaioli. Questa fase, caratterizzata da una produzione di piccoli dipinti (soprattutto ritratti) davvero straordinari per qualità e originalità, sarà vista in una nuova luce grazie alla possibilità di presentareparte del magnifico ciclo di dipinti murali realizzati tra il 1866 e il 1868 nella Villa detta la “Falconiera”, a Collegigliato presso Pistoia, residenza della  famiglia inglese dei Falconer. Si tratta di vasti paesaggi toscani e di scene di vita agreste che consentono di avere una visione più completa del Boldini macchiaiolo.

Le prime sezioni, nelle sequenza delle sale al piano terra, saranno dedicate all'immagine dell’artista rievocata attraverso autoritratti e ritratti; alla biografia per immagini (persone e luoghi frequentati); all’atelier; alla grafica così rivelatrice della sua incessante creatività.

Le sezioni successive, al primo piano, dopo il ciclo della “Falconiera”, ripercorreranno attraverso i ritratti di amici e collezionisti la grande stagione macchiaiola.

Seguirà la prima fase successiva al definitivo trasferimento a Parigi, caratterizzata dalla produzione degli splendidi paesaggi e di dipinti di piccolo formato con scene di genere, legata al rapporto privilegiato con il celebre e potente mercante Goupil. 

Avranno subito dopo un grande rilievo, anche per la possibilità di proporre confronti con gli altri italiani attivi a Parigi, come De Nittis, Corcos, De Tivoli e Zandomenenghi, le scene di vita moderna, esterni ed interni, dove Boldini si afferma come uno dei maggiori interpreti della metropoli francese negli anni della sua inarrestabile ascesa come capitale mondiale dell’ arte, della cultura e della mondanità.

Seguiranno infine le sezioni dedicate alla grande ritrattistica che lo vedono diventare il protagonista in un genere, quello del ritratto mondano, destinato ad una straordinaria fortuna internazionale. A questo proposito costituirà una novità la possibilità di accostare per la prima volta ai suoi dipinti le sculture di Paolo Troubetzkoy in un confronto interessante sia sul piano iconografico che formale.
 

 

Cosa vedere dopo la mostra

A 5 MINUTI A PIEDI
A due passi dai Musei San Domenico, Palazzo Romagnoli (via Albicini 12), ospita le Collezioni civiche del Novecento. In particolare il piano terra è dedicato all'esposizione permanente della prestigiosa Collezione Verzocchi (che raccoglie settanta quadri di artisti italiani di generazioni diverse e di diverse tendenze artistiche, da Guttuso a Donghi, da Vedova a De Chirico, uniti da uno stesso filo conduttore: il Lavoro), mentre al primo piano sono collocate tre diverse raccolte, ovvero gli oli e le incisioni di Giorgio  Morandi della Donazione Righini, le sculture di Wildt legate alla figura di Raniero Paulucci de' Calboli, e 'La grande Romagna' che riunisce opere pittoriche e plastiche rappresentative del vasto e composito patrimonio novecentesco forlivese.
 
A 10/15 MINUTI A PIEDI
Posta sul lato orientale della piazza principale della città, intitolata ad Aurelio Saffi, l’Abbazia di San Mercuriale fu stata edificata sui resti di una pieve del VI secolo intitolata a Santo Stefano. Distrutta nel 1173 da un violento incendio venne riedificata tra il 1176 e il 1181 in stile romanico-lombardo. Il campanile di tipo lombardo (1180), si alza sulla destra per oltre 72 metri. Il portale gotico in pietra rosa ospita la lunetta con il rilievo dell'Adorazione dei Magi (XIII secolo), attribuito al Maestro dei Mesi di Ferrara. Di pregio anche il coronamento della parte centrale della facciata, ad archetti in mattoni sorretti da colonnine in pietra. Annesso alla chiesa è il quattrocentesco Chiostro dei Vallombrosani, varie volte restaurato a seguito dell’usura del tempo. Chiuso in origine, venne aperto su due lati nel 1941. L'interno della chiesa, a pianta basilicale, è costituito da tre navate. Da segnalare, all’inizio della navata destra, il Monumento funebre a Barbara Manfredi (1466 circa), opera di Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole. Nella cappella di destra, la “Madonna col Bambino e i Santissimi Giovanni e Caterina” di Marco Palmezzano, mentre nella navata sinistra si segnala la cappella Ferri con  l’arcata in sasso d’Istria (1536, opera di ornati e grottesche lombardesche), la celebre Immacolata Concezione di Marco Palmezzano sull’altare e, sulla volta e il tamburo, un ciclo di affreschi cinquecentesco.

Il Duomo di Forlì sorge - nella piazza omonima - sul luogo di un'antica pieve di origini anteriori al XII secolo. Completamente rifatto nel 1841 da Giulio Zambianchi, presenta una facciata in laterizio caratterizzata da un pronao neoclassico di proporzioni monumentali che poggia su sei colonne di ordine corinzio. All'interno, nella navata sinistra, si apre la grandiosa Cappella della Madonna del Fuoco (1619-1636), in cui si venera l'immagine quattrocentesca della Madonna del Fuoco, una delle più antiche xilografie conosciute - che un incendio nel 1428 lasciò miracolosamente intatta - mentre la cupola è affrescata da Carlo Cignani con “L'Assunzione della Vergine” (1680-1706); a sinistra dell'altare un “Sant'Antonio da Padova” di Guido Cagnacci. Nella Cappella di Sant'Anna, lungo la navata sinistra, si conservano il “San Sebastiano” di Nicolò Rondinelli e un “San Rocco” di Marco Palmezzano

Situata in Piazza Melozzo degli Ambrogi, percorrendo Corso Garibaldi verso Porta Schiavonia, la Chiesa della Santissima Trinità sorge sui resti di un'antica chiesa risalente al IV-V secolo, originariamente rivolta a occidente. La tradizione vuole che fosse la prima cattedrale di Forlì. L'interno della chiesa, in stile barocco, è a una sola navata, con quattro altari per lato. A destra dell'ingresso, un'acquasantiera in marmo rosa su colonna, in origine probabilmente un'ara pagana. Sulla sinistra, uno scranno episcopale di marmo greco venato, verosimilmente del V secolo appartenuto, per tradizione, a San Mercuriale. Da segnalare il Monumento Funebre a Domenico Manzoni, scolpito nel 1817 da Antonio Canova e collocato nel pilastro fra la terza e la quarta cappella di sinistra.

CON QUALCHE PASSO IN PIU'
Di fronte al monumento a Giambattista Morgagni del Salvini (1875), la Chiesa di Santa Maria dei Servi, detta anche di San Pellegrino, conserva, nonostante vari rimaneggiamenti, tracce che testimoniano l'antichità della sua nascita (1250 circa). Tra i più notevoli, il portale esterno, in pietra e laterizio, dai tipici caratteri del gotico padano, con una sequenza alternata di paraste e colonnine chiusa da un sistema di capitelli su cui è impostata la poderosa ogiva. L'interno secentesco, fortemente contrastante con l'austera facciata in cotto, ha impianto basilicale a tre navate scandite da pilastri. Nella controfacciata a destra il Monumento funebre a Luffo Numai (1502), opera dei lapicidi lombardi Tommaso Fiamberti e Giovanni Ricci. A destra si apre la settecentesca Cappella di San Pellegrino, lussureggiante di marmi policromi, edificata probabilmente su disegno di Giuseppe Merenda. Pregevole l’affresco di Giuliano da Rimini, con il “Crocifisso tra Maria e San Giovanni Evangelista”, mentre il frammentario ciclo di affreschi cinquecenteschi è assegnabile all'ambito di Livio Agresti. La Sala del Capitolo è l'unica testimonianza interna tardo-medioevale (documentata dagli inizi del XIV secolo assume l'attuale impianto rettangolare con la volta a ombrello e peducci in cotto nel secolo successivo).

Appoggiata alla porta Sud della città, la Rocca di Ravaldino rappresentò uno dei luoghi deputati alla difesa di Forlì per tutto il Medioevo. Ristrutturata e dotata di cittadella nel 1472 per volere di Pino III Ordelaffi e completata nel 1482, è stata recentemente restaurata anche attraverso la ricostruzione delle coperture di due torrioni e del maschio. Quest'ultimo, che si erge al centro della cortina est, è costituito da tre sale sovrapposte; in quella superiore si trova la bocca di un pozzo a rasoio, che scende fino al livello del cortile interno. Nel maschio si trova anche una singolare scala a chiocciola in pietra, senza perno centrale, i cui 67 scalini si sostengono per sovrapposizione. Nel lato sud della rocca è ancora visibile un grande stemma dei Borgia posto sul luogo in cui Cesare Borgia, nel gennaio del 1500, fece praticare la breccia che gli consentì di conquistare la rocca, sottraendola alla Signora di Forlì, Caterina Sforza. Di fianco all’ingresso del mastio sono visibili i ruderi della rocca trecentesca. Oggi è adibita a sede di mostre temporanee, mentre il cortile ospita concerti.

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